domenica 16 maggio 2010

Roma: sostanza e evanescenza


"La sera di Roma tace o canta. Nessuno può contemplarla senza vertigine e il tempo l'ha affollata d'eternità" (L. Sterne).
Ti ho visto sotto un velo cinereo e malinconico; lontana la polvere di sole sopra i tuoi marmi stanchi e ancora però gloriosi, che sempre spira all'anima il turgore della potenza, la chiarità della vastità dei possessi, la leggerezza indomita e calda del dominio mosso da una sete sempre traboccante.
Eri grigia, eppure bella, bella sei sotto qualsiasi luce, sotto qualsiasi cielo. La pioggia ti conferiva rispetto; che nessun visitatore, tuo amante, osi guardarti solo come si guarda ad una donna piena di fascino, per riempirsene gli occhi sul momento, per una lussuria di pensiero che non s'impossessi del tempo dell'anima.
Perché tu devi entrare nell'anima; chi ti guarda deve fare i conti col tempo, col passato, col presente, con i suoi propositi, con tutto quanto è sostanza e non evanescenza, con tutto ciò che dura e non passa, con la gloria che, al di là dei marmi ingraciliti dai secoli, sempre un uomo cerca.
Chi ti osserva deve fare i conti con l'erba che si insinua tra i templi delle proprie costruzioni mentali, deve sentire sopra di sè l'erranza dei secoli concentrati in un punto dolente dell'anima d'improvviso, ma al contempo deve ringraziare il cielo perché in te l'impronta del tempo ha lasciato traccia di grandezza e tenacia, di ardore e passione, di divinità umana e di vita sempre rinascente: dalle colonne alle cupole, dalle pieghe carnali dei santi scolpiti in ogni dove, alle acque trasparenti sorrette da fontane paradisiache.
Ti guardo e m'innamoro. Ferita dalla gloria che passa, rinata nel sangue versato dai martiri, sedotta dalle forme del tuo barocco papale che mi sussurra vite e bellezze cui non oserei più credere.

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