giovedì 27 maggio 2010

La chiave è la carità


"Un tempo, se ben ricordo, la mia vita era un festino, in cui si aprivano tutti i cuori, tutti i vini scorrevano.
Una sera, ho fatto sedere la Bellezza sulle mie ginocchia. - E l'ho trovata amara. - E l'ho insultata.
Mi sono armato contro la giustizia.
Sono fuggito. O streghe, miseria, odio, è a voi che è stato affidato il mio tesoro!
Riuscii a far svanire dal mio spirito tutta l'umana speranza.
Su ogni gioia, per strangolarla, ho fatto il balzo sordo della bestia feroce.
Ho invocato i carnefici per mordere, morendo, il calcio dei loro fucili.
Ho chiamato i flagelli per soffocarmi con la sabbia, col sangue.
La sventura è stata il mio dio.
Mi sono disteso nel fango. Mi sono asciugato all'aria del delitto. E ho giocato brutti tiri alla follia.
E la primavera mi ha portato il riso orrendo dell'idiota.
Ora, essendomi trovato di recente sul punto di fare l'ultimo crac! Ho pensato di cercare la chiave dell'antico festino in cui forse potrei ritrovare l'appetito.
Questa chiave è la carità" (A. Rimbaud).

venerdì 21 maggio 2010

Essere felici è un mestiere


Essere felici è un mestiere. Ottimo stipendio, lunga gavetta. Percorso intenso e lungo. Non c'è un albo, non c'è un numero chiuso, ma pochi vi accedono. Si sgobba, ma ti pagano tutti i giorni, niente 27 del mese.
Ma qualcuno te lo insegna, 'sto mestiere?
Sì. Qualche maestro c'è. Qualche bottegante che cesella i particolari quotidianamente, senza fretta, suda, ti guarda negli occhi, vuole che tu stesso provi, con le mani, col cuore a intagliare, a spingere, a correre, a rallentare...a fare tutto, perché 'sto mestiere è imprevedibile, cambia ogni giorno, ha bisogno di tutte le tue facoltà, di tutti i tuoi sensi. Soprattutto ha bisogno del presente. Non si lavora pensando al passato o al futuro: una clausola non da sindacato, ma tutela, rispetta il mio tempo.
Essere infelici invece è una colpa. Non intendo provare dolore, quello no; ma piegarsi, piangersi addosso, subire, o anche solo far desertificare il pezzo di mondo dove ci muoviamo. Dire "ma", "se", "però", mentre davanti hai qualcuno che puoi già amare; qualcuno con cui mettere a tavola la tua felicità. E brindare.

giovedì 20 maggio 2010

Punto. E a capo...


Punto. E a capo.
Odore di terra: di erba flessuosa: felicità. Ci sei.
E mentre ti scorgo dal profumo del prato, posso trovare la forza di mettere punto.
L'ispirazione verrà anche per scrivere il capoverso dopo...

Tacchi alti e sguardi primordiali


Sono perfettamente nella parte.
Una buona dose di scetticismo. Una incertezza cronica con effetti su tutta la psiche. Disagio esistenziale permanente: sopore novecentesco dilatato sull'inizio del millennio. Sono nata dalle viscere di questo tempo, non posso rinnegare il mio secolo. Potrò emanciparmi con la ragione e il cuore, con la conoscenza, ma sempre una malinconia dell'anima e dell'intelletto mi prenderà. Non sono immune. Ci sto quasi bene. Ho i miei anticorpi, ma vegetare nel mare della solitudine acquatica del cosmo, nel gelo universale dei sentimenti perenni, è ciò che mi rende testimone di quest'epoca, e non posso cambiare il sangue che scorre nelle mie vene.
Predilezione per l'istinto di contro a ciò che dura, amore per i cerebralismi, meglio dette seghe mentali. Assoluta emancipazione dalla realtà di fatto. Facoltà immaginativa spinta solo nei territori dell'astrazione evanescente, non certo della fantasia romanzesca ed epica. Minimalismo affettivo. Nichilismo. Poco garbo, poca eleganza. Tanta velocità. Pochi prati, tanti asfalti. Artificio, non di retorica o d'arte, ma di menzogne.
Tutto qui. Mio padre mi ha partorita così, in quest'epoca bruta, che avrà anche le sue palme (poco bigottismo, poco formalismo [ma eleganza mi manchi], qualche diritto in più, qualche donna che può concedersi di più...), ma qualcun altro però mi dà la possibilità di rinascere ogni giorno. Da vecchia a giovane, da figlia del 21esimo secolo a donna universale, senza tempo, in jeans e ideali non datati, in tacchi alti e sguardi primordiali. Adamo, sono sempre io.

Cercando un piacere che duri


Un piacere che dura. Lungo. Liquido.
Come una goccia che scoppia nell'anima. Che sopravviva all'attimo. Cronologicamente sopravvivente.
Possente. Elettrico.
Un moto perpetuo. Un'onda anomala in una primavera calma. Un cielo di stelle in una notte cupa. La scoperta del mare per chi non l'ha mai visto.
La gratitudine di un amico per il tuo niente.
Un raggio di luna che scalda dal freddo.
Lungo. Lungo. Lungo. Perpetuo. Che porti fuori di me, che porti dentro di me.
Liquido. Liquido. Liquido. Che scorra via lontano. Corra. Fino al suo motivo. Fino al suo amore.
Una goccia da cui farmi bagnare. Accarezzare. Dissetare. Da offrire. Che bagni gli occhi, di pianto vero.
Possente. Che rimanga dentro. Non vada via. Senz'abbandono. Senza rilassamenti premalinconici.
Elettrico. Energia, Energia, Energia, cioè pace.
Che accolga tutto. Che accolga tutti.

mercoledì 19 maggio 2010

Anime stese al sole


L'intimità. Che cosa è mai? E' un fatto elettivo. E' una deliberazione. Desiderare vedere dove nessuno vede; rimanere davanti alla nudità miseranda dello spirito come dinnanzi ad un tempio, come dentro ad una navata di chiesa terminante in altare; in ginocchio, a guardare l'io che si offre: turpitudini, paure, viltà, eroismo, genio, tenerezze rimesse nello scrigno delle proprie mani, giunte insieme come davanti ad una cascata trasparente da cui si attinge chiarità e da cui si beve.
Bevo dalle acque di un'anima. Acque che scorrono dopo lungo corso. E m'inoltrerò tutta la vita per vederne le sorgenti. Beata la mia sorte.
Mio amico e amica, che io possa bere da te. Che io possa insieme a te abbellire le nostre anime, abbandonarmi totalmente ad un'intimità che sola mostrerà la nostra stessa grandezza, e denundando l'anima scoprire ch'essa è eterna, divina e ha voglia di giocare sotto al sole come un bambino che non ha cure.

L'empirismo d'una saggia esperienza


"Quando visitavo le città antiche, città sacre, ma morte, senza alcun valore attuale per la razza umana, mi ripromettevo di evitare alla mia Roma quel destino pietrificato d'una Tebe, d'una Babilonia, d'una Tiro. Roma sarebbe sfuggita al suo corpo di pietra, e come Stato, come cittadinanza, come Repubblica si sarebbe composta un'immortalità più sicura. [...] All'entità fisica delle nazioni e delle razze, agli accidenti della geografia e della storia, alle esigenze disparate degli dei e degli avi, noi avremmo sovrapposto per sempre, pur senza nulla distruggere, l'unità d'una condotta umana, l'empirismo d'una saggia esperienza. Nella più piccola città, ovunque vi siano magistrati intenti a verificare i pesi dei mercanti, a spazzare e illuminare le strade, a opporsi all'anarchia, all'incuria, alle ingiustizie, alla paura, a interpretare le leggi al lume della ragione, lì vivrà Roma. Roma non perirà che con l'ultima città degli uomini" (M. Yourcenar).

martedì 18 maggio 2010

Tutta la sua anima è in quell'orecchio


"...gli vien da quella all'orecchio una voce [...]. Tutta la sua anima è in quell'orecchio" (A. Manzoni)
Tutta l'anima contenuta in un pezzo di corpo. Negli occhi, quando ti guardo; nelle mani quando ti accarezzo; nelle orecchie quando ti ascolto; nelle mie terminazioni nervose quando col pensiero ti fingo dinnanzi a me. Nei capelli, quando li stiro, nelle ciglia quando le coloro per te, sulle labbra quando le lucido e poi ti sfioro...la mia anima è ovunque. Riassunta in ogni mia parte mortale, in ogni mio senso frale. Come se ogni cellula vibrasse di vita per quella manifestazione di te. Anima: soffio: respiro: nel mio sapore, nella mia vista, nel mio ascoltare, nel mio toccare, nel mio sentire, anima ci sei perché d'amore sono sovrastata.

lunedì 17 maggio 2010

Il tetto di sfondamento del Domenichino


Che posto è (sia esso geografico, storico, dell'anima o altro) quello dove a sera, colmo delle stanchezze vecchie e nuove, puoi, sotto un virtuosismo d'oro intessuto da mano d'uomo, pensare alla grandezza del destino delle tue ossa avvilite. Mentre ombre di nebbia incombono su te, voglioso di guardare in basso, c'è qualcuno che ha tracciato con mano certa, lassù, sopra la tua testa ingombra di mondo reale, un altro mondo reale, vivo, compimento e ragione di questo spossante e bello che sempre abbracci e rinneghi, e ha dipinto una donna di una bellezza danzante, pesante ancora delle vesti terrene e leggera già di quelle della pace. Che posto è quello dove un tetto di tempio ti proclama che le tue ansie, i tuoi amori, i tuoi niente e il tuo tutto saranno destinati a vivere e a danzare, come quella donna, con leggerezza di vita?

domenica 16 maggio 2010

Roma: sostanza e evanescenza


"La sera di Roma tace o canta. Nessuno può contemplarla senza vertigine e il tempo l'ha affollata d'eternità" (L. Sterne).
Ti ho visto sotto un velo cinereo e malinconico; lontana la polvere di sole sopra i tuoi marmi stanchi e ancora però gloriosi, che sempre spira all'anima il turgore della potenza, la chiarità della vastità dei possessi, la leggerezza indomita e calda del dominio mosso da una sete sempre traboccante.
Eri grigia, eppure bella, bella sei sotto qualsiasi luce, sotto qualsiasi cielo. La pioggia ti conferiva rispetto; che nessun visitatore, tuo amante, osi guardarti solo come si guarda ad una donna piena di fascino, per riempirsene gli occhi sul momento, per una lussuria di pensiero che non s'impossessi del tempo dell'anima.
Perché tu devi entrare nell'anima; chi ti guarda deve fare i conti col tempo, col passato, col presente, con i suoi propositi, con tutto quanto è sostanza e non evanescenza, con tutto ciò che dura e non passa, con la gloria che, al di là dei marmi ingraciliti dai secoli, sempre un uomo cerca.
Chi ti osserva deve fare i conti con l'erba che si insinua tra i templi delle proprie costruzioni mentali, deve sentire sopra di sè l'erranza dei secoli concentrati in un punto dolente dell'anima d'improvviso, ma al contempo deve ringraziare il cielo perché in te l'impronta del tempo ha lasciato traccia di grandezza e tenacia, di ardore e passione, di divinità umana e di vita sempre rinascente: dalle colonne alle cupole, dalle pieghe carnali dei santi scolpiti in ogni dove, alle acque trasparenti sorrette da fontane paradisiache.
Ti guardo e m'innamoro. Ferita dalla gloria che passa, rinata nel sangue versato dai martiri, sedotta dalle forme del tuo barocco papale che mi sussurra vite e bellezze cui non oserei più credere.

martedì 11 maggio 2010

La riscossa dei gattopardi


"...e dopo sarà diverso, ma peggiore" (G. Tomasi di Lampedusa).
11 maggio. Che brutta data, anche se qualcuno vorrebbe farci credere diversamente.
Una brutta data per tutti, occupanti e occupati. Più per i secondi certo, ma per tutti.
E come odio miodio quegli infiniti nomi di strade titolate a furfanti resi eroi dai miti della fantastoria.
E' andato tutto a rotoli, non ho processi di autoassolvimenti per disastri che ormai riguardano "colpe personali di popolo", ma 150 anni di storia si smaltiscono difficilmente, sono ancora storia calda, che non si supera semplicemente, soprattutto dentro il mondo globalizzato, dove sembra non poterci essere storia diversificata.
Ma nessuno si ricorda della guerra civile seguita alla viltà di quella spedizione di carcerati in mumero di mille? nessuno nomina Bronte se non per evocarne oggi i pistacchi profumati e intensi, nessuno la ricorda invece per la strage che ne fecero i "liberatori"...nessuno evoca i patti con i malviventi che il beneamato cialtrone dei due mondi fece per ottenere appoggi nella sua avanzata...Perché?
Caro Don Fabrizio,
il tuo sonno decadente non era un bello spettacolo, ma quanto meno avevi classe, senso del peccato, e quell'indicibile malinconia dinnanzi alla morte che sopravanzava. E se solo l'entusiasmo fosse stata dalla tua, forse avresti potuto lottare; beffarti di quelle camicie rosse e dirigere uno spettacolo diverso, forse turpe lo stesso, ma almeno nostro. Mio caro gattopardo...fammi sentire le rose di quel giardino magnifico e confetturato dove ti aggiravi.

lunedì 10 maggio 2010

Domine non sum digna


Forse semplicemente non ne sono degna. Dovrei stare in ginocchio e non pretendere, solodesiderare. SOLODESIDERARE. Perché non sono degna di nessuno dei suoi sguardi, di nessuna delle sue malinconie che cercano speranza. L'orgoglio mi fa cercare qualcosa che non posso sostenere con le mie labbra, con le mie braccia, con la mia mente, con tutto il mio essere mortale. "Qualsiasi amore ci venga mostrato dovremmo riconoscercene indegni. Nessuno è degno d'essere amato. Il fatto che Dio ama l'uomo ci mostra che nel divino ordine delle cose ideali sta scritto che sarà dato amore eterno a chi eternamente ne sarà indegno" (O. Wilde).

Con le lampade accese


L'istante è tutto. E l'anima dovrebbe sempre essere pronta ad accogliere lo Sposo. Ogni momento dovrebbe essere bello; in ogni momento dovremmo essere pronti a rompere il nostro vaso di alabastro pieno di balsami preziosi, per lui, per l'amico, l'amato, colui che vive dentro il nostro istante di vita. Sempre in attesa della voce amata. Vivere per l'istante. Istante d'amore. Istante di sole. Istanti che soli valgono una vita.

domenica 9 maggio 2010

Profumo di maggio


Ad aprire la finestra, a passeggiare semplicemente per strada, non posso negarlo: non si può essere diffidenti. E' il prologo felice della natura ai suoi grandi doni estivi, questo respiro caldo di vita, di pollini, di particelle feconde che spirano una loro propria melodia sessuata, piena d'affetto.
E a me che ho bisogno d'aria, questo abbraccio di aliti e bambagie di alberi e fiori massaggia l'anima.
Riesco a respirare.
Ma il tepore per opposizione fa pensare al gelo, la danza lasciva dei pollini alle algide steppe in cui la mente relega l'io. Canna immobile.
Bilie morbide, piene di semi di vita, danzano disegnando maree, qualche bambino le afferra e soffia su di loro la sua gioia e la vita s'espande. Così per un semplice soffio. Le rose, si aprono, esalano la loro voce aulente. L'aria è carica d'amore. E io dove sono? Madre. Serve una madre. Per rispondere.
Tu che intercedi perché l'acqua si trasformi in vino, perché l'usuale divenga festivo, il bianco diventi rosso e passione, tu che sai dire sì, che hai grembo spazioso per l'infinito, che hai spade trafitte nell'anima, non farmi stare con cuore d'inverno davanti al giorno che sempre ricomincia. Dammi Maggio, dammi rose da disporre tra i capelli...profumi di fresie, morbide mani come aliti con cui accarezzare chi amo. Occhi seducenti come rose mediterranee per vedere chi osservo con cuore chiaro, voce di miele per scacciare l'amaro del giorno.
Che cosa significa affidarsi? ci si affida perché si confida, perché ci si fida.
Non so più farlo. Non so fidare, anche se questo profumo di maggio è così convincente. Anche se questo profumo di maggio è come la pace.
Ma io, lo stesso, guardo la pace come una spettatrice. Come colei che non ha patria. La pace è in terra d'altri. E' una menzogna, lo so. O forse no.
Dovrei venire da te con un dono, ma di questi tempi il mio bouquet di fiori ha dentro scetticismo e umiliazione. E' il mio giardino. E l'unica vera domanda che io abbia è : ma i miei capelli sono davvero numerati? perché se è così, perché non mi dai un bel bicchiere di vino (cananeo s'intende!), visto che di acqua ne ho abbastanza e tu lo sai. A maggio, nel profumo di maggio, ho solo voglia di sorseggiare rosso liquore fino a tarda notte guardando le stelle.

Il mio vestito non è abbottonato dietro...


Nuda. Ho la schiena nuda. Il vestito è bellissimo. Rosso. Sofisticato. Ha un sua linea di semplicità. Mi sta bene. Ma è aperto dietro, alzo le mie braccia e da sola non riesco a chiuderlo. Mi affanno allo specchio cercando di chiudere la lama di luce che emana la mia pelle nuda, voglio richiuderla dentro la seta del mio abito. Niente. Sto lì, col massimo dell'ostentazione e col massimo della solitudine.
Non riesco a raggiungere quei bottoni. Come fare?
Mi cambierò d'abito?
Eppure normalmente c'è sempre qualcuno per dei bottoni. Una mano. Amica o amante.
Mi metterò in t-shirt, le magliette sono giovani e non ti fanno scoprire la solitudine. Una t-shirt sa di sole e spensieratezza, non ha bottoni, non ha cerniere...non ha ostentazioni. Ma forse non è così.
Aspetterò il momento, aspetterò stasera. Chiederò a B., una mano, in fondo, amica e carezzevole, c'è sempre. Mi abbottonerà il vestito, mi dirà che mi sta bene, e la mia schiena chiusa, lascerà aprire il mio cuore, per una così piccola cosa. E sarò felice per quella mano.

sabato 8 maggio 2010

Stelle fisse in cielo...


Ciò che ieri era gioia, oggi è tristezza e malinconia. Ciò che ieri era attesa, oggi è assuefazione. Ciò che ieri era stupore, oggi è scetticismo. Ciò che ieri era passione, oggi è lacerazione. Ciò che tinteggiava di rosa i miei occhi, oggi è fluttuante onda di lacrima. Ciò che ieri mi faceva amare, oggi mi fa amare ancora...Stelle fisse sul cielo. Non cadono, non avverano, ma brillano; mentre la selva barbara cresce nel mio cuore. Cresce...e tu mio cuore?

Di ritorno al mio cuore...


E navigherei in fretta di ritorno al mio cuore...
E navigherò in fretta di ritorno al mio cuore...
E navigo in fretta di ritorno al mio cuore...

venerdì 7 maggio 2010

Le mie parole


"Le mie parole [...]
sono nuvole sospese, gonfie di sottintesi
che accendono negli occhi infinite attese;
Sono gocce preziose, indimenticate,
a lungo spasimate, poi centellinate;
Sono frecce infuocate che il vento e la fortuna sanno indirizzare;
Sono lampi dentro a un pozzo cupo e abbandonato,
un viso sordo e muto che l'amore ha illuminato" (S. Bersani)
Le mie parole sono vuote, nascono nelle attese che la vita percuote. Sono lampi gridati al cielo, desideri sottoposti al gelo; sono speranze infiammate e mai abbracciate; sono pensieri eversori che divengono timidi rossori. Sono guerriere perdenti davanti alle tue malinconie piangenti.

lunedì 3 maggio 2010

L'ultima risorsa...o la prima


Dono. Gratuito. Effuso. Dato. Offerto. E' l'ultima risorsa, o la prima in assoluto.

Io. Dono. Gratuito. Effuso. Dato. Offerto. Ci sono.
Tu. Dono. Gratuito. Effuso. Dato. Offerto. Ci sei.
...per un breve periodo di tempo penetri mel mio orizzonte di sguardo. Scompari.
Niente è in mia facoltà. O così mi pare di capire. Come le gambe. Che puoi farci?
Non ho altra ricchezza che credere nel dono gratuito effuso dato e offertomi. Offertomi? Ho sete e ho fame, di vite che si fermano e cambiano strada con me.
Il mio cappello è teso, le palme delle mie mani aspettano la pioggia. I miei occhi inondati di malinconia. Le mie gambe hanno assorbito la crema. Il mio cuore no. Nessuna guarigione, se non per grazia ricevuta.

domenica 2 maggio 2010

Certi abbracci...e compleanni


Giornate splendide...Notizie inattese e sconvolgenti. Qualcosa si muove. Talvolta. Più di talvolta.
Domani invece, sarà il contrario, ma tant'è. Resisto al mio niente.
Correre sul litorale di Punta Ala, bellissimo. Alghe, profumo di salsedine, pini a perdita d'occhio, azzurro amico, e sole carezzevole. Determinazione. Acqua temperatura marmo, ma ce l'ho fatta. Che bello ridere, che bello gioire, non è tutto dolore, non è tutto sofferenza, e sembra funzionare bene.
Certi abbracci valgono più di mille incitazioni ragionevoli, di mille conforti di croci, forse un po' meno della vittoria sulla morte, ma la ricordano parecchio, anzi me la annunciano. Punto.

Piselli, per favore...


Caro Huysmans,
vorrei vedere le cose come le vedi tu. Un sano snobbismo estetico e tanto realismo metafisico. Credimi, ogni giorno che passa sembra sempre così difficile bussare alla porta dei vicini. Anzi no, mi sembra di bussare, e mi sembra anche di aver fame, è che proprio quei piselli non li vedo alla mia mensa. Hai forse una formula? Perché se non basta la mia arsura ardimentosa, dimmi tu che cos'è che non va. La negoziante sotto casa ha chiuso, e allora ho ripiegato sui vicini. Forse non mi hanno a genio, forse i miei vicini non mangiano piselli, oppure sbaglio orario. Certo un motivo ci sarà, perché le tue parole vorrei che fossero le mie, le sento mie come intendimento, come affezione dell'anima ad una prospettiva d'essere che vorrei, profumano di violette, mentre il mio scetticismo solo di morte e scontatezza; sei potente, determinato di un dandy passato a miglior vita in vita e in morte, dimmi come si fa. Perché adesso è anche primavera e di baccelli ne fioriscono a migliaia nei campi, Qualcuno si prenderà la briga di sbucciarne uno per me?