venerdì 23 aprile 2010

Il mio cuore è un albero di more rosse


Disposizione d'animo pessima. Forse è il modo migliore per iniziare questi esercizi...
Così, mi è piombata addosso non attesa, d'un tratto, in mezzo alla primavera. Siamo così inermi da arrenderci ad ogni piccolo flusso fisiologico. Ad ogni scorrimento di fluido, ad ogni umore vischioso del corpo. Corpo! anima...che cos'è che non va? L'attendere ad ogni svolta d'angolo la felicità. Io cammino in una strada dritta. Forse è questo il mio disagio. Nessun bosco aggrovigliato, tranne quello delle tristezze, nessun rovo pieno di more, rosse. Anzi no. Il mio cuore è un albero di more rosse. Un albero di a-more anche?
Sgorga sgorga il sangue, talvolta si coagula, ristagna, si abbozzola, le spine le ho dentro di me, ma dove va a finire? C'è qualcuno che se ne ciberà? Sono frutti sensati le mie more? Vuoi una mora, tu? L'ho prodotta per te; complemento di causa o di vantaggio? Entrambi, ma la bilancia pende più sul secondo, complemento di vantaggio, tuo. E mio? Anche mio. E voglio che sia vantaggio. Ma c'è il vantaggio perché c'è la causa. E la causa prima qual è? Sarà bello parlarne, non so se tornerò rafforzata, o ancora disarcionata, ma sarà bello dirsele certe cose, parlare di Cause e di Vantaggi, di tu e di io, di Speranza e Salvezza. Di morte e di vita. Ti dedico la vita, ti porto un chilo di more, del sangue migliore, arterioso venoso, boh...del sangue migliore, però, stanne certo, lucidato di lacrime, il mercato vuole cose belle, anche tu. Te le meriti, io invece no.

venerdì 9 aprile 2010

Ventre e voli di farfalla


Che cosa scrivere stanotte? Bisogna proprio abituarsi al dolore? Bisogna proprio scrollarsi di dosso la stretta maledetta al cuore? Rinsecchire gli iridi dalla commozione dolente, che ritorna, rafforzare gli addominali respingendo le fitte al ventre, voli di farfalla infiniti...e il mio infinito quale sarebbe? Se non questo dolore che ha voglie che tradiscono, che ha perimetri che sbattono contro la mente...il mio infinito è la scoperta del muro scrostato non solo del mio cuore, ma dell'indifferenza del mondo, dell'uomo, TUA; è questa disattesa dell'Eden, questo cadere di stelle oltre l'orizzonte del mio sguardo...un dolore che allarga; ogni dolore dovrebbe essere così. Una finestra che si spalanca perché l'aria ha bisogno di circolare, di far penetrare il sole. Dovrò viverlo. Voglio viverlo. In automatico il mio corpo para il colpo, lo fa anche la mente, invece eccomi qui. Colpisci, colpiscimi pure, la primavera è fuori, non ho paura; rendi umidi i miei occhi, teso il mio ventre, fiacco il mio respiro, ma non togliermi l'ardore, non togliermi la cura, la sua cura, muta, o come il destino vuole che sia, lasciami tendere carezze; lasciami amare come non so, come potrei imparare...