lunedì 29 marzo 2010

La luna nel sozzo


Quando smetti di contemplare, quello è il momento in cui dici addio all'amore. Quando vuoi che i conti tornino, quando tutti i "caratteri" dell'altro diventano uno scontrino della spesa in cui fare pesare ciò che si è acquistato con i propri soldi. Quando l'altro non è più stupore fuori di te, non dovuto, ma contratto su cui postilliamo clausole di rivendicazione sindacale. Quando nel pozzo dell'altro c'è solo l'ombra e non la luna che si rispecchia; liquami senza riflessi; immobilità lutulenta, nessuna mossa d'acqua che smuova l'argento della notte. Quando la parte bacata della mela, non ce la fa più mordere, né accarezzare...come se esistesse una mela perfetta, senza il tarlo del serpente. Guardare l'altro attraverso lo spettro di quello che si vuole: questa è la fine. Volevo questo, quest'altro e tu sei e mi dai solo qualcosa che non mi basta. La solita monotonia di come sei...non fa rima con ti amo.

Antironcisvalle

C'è ancora spazio per l'imprevedibile.
Per far nascere...
Per fare crescere...
Per vivere invece che gettare la spugna.
Per amare invece che riporre le mani della tua carezza, il sorriso della tua contentezza, lo sguardo senza difese trasparente dei tuoi sentimenti.
Per dire una parola che cestineresti perché tutto è così come il tuo antieroismo antisperanza ha deciso.
Per dire parole umane di vita invece che morire su se stessi, anche quando pensi che tu sia una debolezza concessa alla vanagloria e ai bisogni di chi accarezzeresti.

venerdì 19 marzo 2010

San Servolo


E' una notte liquida. La laguna risuona, calma, il suo frusciare di onde. I pali danzano la loro ombra colorata a gara con le palafitte. Una solitaria barca aggiunge la sua voce roca e malinconica al sussurro del mare. Acqua a perdita d'occhio. Sono ridiventata isola stanotte. E niente è più rassicurante di questo esilio d'acqua decorato dei sorrisi dei miei allievi. Parlami acqua, con le stesse parole di Dio, mentre inondi a intermittenza tre gradini che sprofondano irragionevoli e meravigliosi nel tuo ventre. Appena dico parlami le tue labbra s'ingrossano, mare, per un attimo, poi di nuovo calma. Ma voi dove affodate gradini, quale terra cercate nel mare, in questa città dissennata e miracolosa. I miracoli sono così. Follia! Un'altra barca passa, più vicina, approda qui, porta un carico di turisti e l'acqua così sbatte forte sul pontile. Una voce annuncia "San Servolo". Sono giunti qui in esilio altre 15 persone di idiomi misti, tedeschi, inglesi. Consci e schiavi di questo miracolo che è Venezia. Follia dicevo. E' inimmaginabile che migliaia di uomini abbiano deciso di vivere qui conficcando legni dentro al mare, mettendoci sopra le loro case. Ciò che non è follia almeno per un attimo, almeno per la maggioranza non diviene miracolo, non diventa necessità di spezzare il ragionevole tornaconto delle cose note. Anche l'amore sarà così? Davanti a me tre lampioni lanciano la loro luce aranciata sul mare, blu, sono lì, conficcati in acqua come una spada nel cuore. Un'altra barca passa, chissà chi c'è dentro, dove va. Il mare si arrabbia di nuovo e sbatte pesante sul pontile dove sono seduta. Ogni cammino incide, produce un effetto, più che sulla terra ferma, più che sull'asfalto, qui il mare si alza, sbuffa. E chissà se quel passare stanotte ha il potere di far sussultare solo quest'acqua o qualcuno, farlo sorridere, aver pietà, provare amore.
Lontano qualche cupola dolce, circonfusa di storia aurata, di potenza signorile, di fede effusa e martirizzata. Un campanile, mille luci e la vita di una città che non è stata soffocata dai ritmi della velocità. Solo dal consumismo del turismo, ma se vuoi in questa notte puoi non sentire altro che quest'acqua che ninna la mente. La calma stanotte è rigenerante, la vita è positiva e io voglio amare senza la corcizione del sentimento, voglio solo imparare uno sguardo e per il resto vagare libera, abbracciare la verità, guardare negli occhi e costruire ciò che ancora non è, e se non è fermarsi e piangere solo un attimo e poi ridere di nuovo, sorridere e ascoltare come ora e capire che tutto è pace.
Una campana batte la mezzanotte, metallica, antica, echeggia carezzevole. E' l'abbraccio della notte che con pochi colpi mi attira a sè, forse è meglio che vada, ma proprio questa notte vorrei poter guardare e ringraziare e soprattutto domani ricordarlo insieme all'oro di San Marco e alle cupole di appeal orientale (perché la mente e il cuore non si scordino di questa dolcezza) e ridirmi ancora che tutto è pace, anche quando osserverò il muro scrostato del mio cuore su cui l'erba verde tarderà a rimporre la vita.

mercoledì 17 marzo 2010

Quattro soffi

Quattro soffi. Quattro dita schierate. Le tue parole che mi invadono di tenerezza, il tuo saluto rotondo. Vengo ad abbracciarti stasera nel mondo dei sogni, a intonare canzoni di stelle e luna. Di sole e prati, di felicità. Di candido amore che mi vince. Sto con te, cammino con te, cresco con te, anche se a te non pare, anche se tu vivi di ricordo. Auguri, mio pesciolino biondo, nuota lontano...

domenica 7 marzo 2010

Costola d'Adamo


"L'uomo impara [...] che il suo desiderio dell'altro è più forte del suo volere"(F. Hadjadj). Tutto molto semplice, fluido come l'acqua di mare che lambisce la costa dorata alla luce del mattino.
La carne salva dal desiderio della morte; ti fa tenere attaccato al tuo io e nel contempo te ne distacca.
Ti testimonia che c'è un mondo da conoscere che non è quello che hai nella mente. Un altro. Un altro. Un altro. Da abbracciare. Da capire. Da scoprire. Da accarezzare, anche quando vorresti solo guardarti allo specchio e dire: "non sono".
Felice. Per un momento di tempo, ma felice, di intuire mondi ignoti...di sentirsi costola d'Adamo.

martedì 2 marzo 2010

Oltre il numero dei sub-linguati


"...La poesia non è una forma di intrattenimento, e in un certo senso neppure una forma d'arte, bensì il nostro fine antropologico, genetico, il nostro faro linguistico, evolutivo. Si direbbe che ne abbiamo la percezione da bambini, quando assorbiamo e ricordiamo versi per diventare padroni della lingua. Da adulti, però, desistiamo da questo impegno, persuasi di avere ormai acquistato quella padronanza. E invece ciò che abbiamo padroneggiato è soltanto un idioma, qualcosa che può forse bastare per farla in barba a un nemico, per vendere un prodotto, per chiudere una partita, per meritarsi una promozione, ma sicuramente non basta per guarire l'angoscia o infondere gioia. Finché non s'impara a caricare le proprie frasi di significati, come si carica un furgone, e a scorgere e amare un'"anima pellegrina" nei lineamenti della persona amata; finché non si diventa consapevoli che "No memory of having starred/ Atones for later disregard, / Or keeps the end from being hard" (Nessun ricordo di passati onori / può ripagarti di un tramonto oscuro / o attenua la durezza della fine), - finché queste cose, e altre simili, non entrano nella nostra circolazione sanguigna, si rimane nel numero dei sub-linguati. Che sono la maggioranza, se questo può essere di conforto" (I. Brodskij).