
Essere felici è un mestiere. Ottimo stipendio, lunga gavetta. Percorso intenso e lungo. Non c'è un albo, non c'è un numero chiuso, ma pochi vi accedono. Si sgobba, ma ti pagano tutti i giorni, niente 27 del mese.
Ma qualcuno te lo insegna, 'sto mestiere?
Sì. Qualche maestro c'è. Qualche bottegante che cesella i particolari quotidianamente, senza fretta, suda, ti guarda negli occhi, vuole che tu stesso provi, con le mani, col cuore a intagliare, a spingere, a correre, a rallentare...a fare tutto, perché 'sto mestiere è imprevedibile, cambia ogni giorno, ha bisogno di tutte le tue facoltà, di tutti i tuoi sensi. Soprattutto ha bisogno del presente. Non si lavora pensando al passato o al futuro: una clausola non da sindacato, ma tutela, rispetta il mio tempo.
Essere infelici invece è una colpa. Non intendo provare dolore, quello no; ma piegarsi, piangersi addosso, subire, o anche solo far desertificare il pezzo di mondo dove ci muoviamo. Dire "ma", "se", "però", mentre davanti hai qualcuno che puoi già amare; qualcuno con cui mettere a tavola la tua felicità. E brindare.
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