giovedì 25 febbraio 2010

Appesa


...in questi giorni di dolori "altrui", desidero essere appesa e scossa, come foglia frale in una mattina di vento concentrico, al posto di chi amo.
E' l'unica cosa che bramo, e cosa potrei volere d'altro. Che portare il peso della tua croce, che asciugare l'affanno dal tuo viso.
Vorrei mio affetto, amarti così, fino a non farti sentire il male di vivere; fino a toglierti la doglia, fino a prosciugare me stessa, per lasciare a te solo la sete che cerca, non l'arsura che inaridisce, solo la fame che muove, non l'inedia che consuma, solo le lacrime che amano, non quelle che sgorgano dopo aver tradito...

lunedì 22 febbraio 2010

La mia corona di alloro


La conversazione di ieri sera...ah! come scendere in un caveau pieno d'oro. O risalire le sorgenti del Nilo per sfociare al mare. Ci sono parole e situazioni e anime, le nostre, che possono veramente sfiorare l'amore, anzi realizzarlo. Sentire le tue lacrime, ieri, quasi fisiche su di me, reali come il cielo terso di stanotte, è servito a guarire il mio tedio...un po'. Non sei inutile...sei un'intera corona di spine, contemporanea e presente. Sei un'intera corona di alloro. Una gloria, la mia gloria. L'attesa risposta, il calore trovato, l'intimità svelata, la tenerezza profusa, l'intelligenza offerta, la condivisione possibile, la familiarità imbandita a festa. Sei la pace e il conforto, il silenzio che rompe e il cuscino del giusto spessore su cui posso riposare. Sei l'Eterno edificabile...il campanello notturno dove posso suonare. La mia gratitudine "solitaria" quando ogni cosa è in ombra...

domenica 21 febbraio 2010

La tua febbre di vita


Sono passati 5 anni da quando sei andato via, in silenzio hai chiuso i tuoi occhi di cielo, ma hai lasciato aperta la porta del mio cuore; ancora non ha avuto la viltà di chiudersi. E ogni volta che tento di sbattere quel portone i tuoi occhi mi sono davanti. La tua voce da uomo di trincea, mi grida la vita. Evidente, mi sei evidente. In questi anni in cui anche l'esperienza più forte e più reale può essere discussa, smentita dalla stanchezza e dai mostri della mente, dove i nomi sono pure entità che non nascondono sostanze, tu mi sei evidente.
5 anni, in cui alle volte ho smesso di guardare i tuoi occhi, ma mai ho smesso di commuovermi per te. Mi sei evidente.
Vorrei sentire adesso le tue parole sulle mie lacrime, vorrei ricevere le tue rose nel giardino d'inverno di ora. Vorrei le note del tuo giradischi farmi sentire l'abbraccio dell'infinito, un cammino eroico. Una musica che trasformi questa debolezza in forza e baldanza...Stammi vicino. Vorrei sapere come faresti tu, ma ora dimmi solo che c'è del sangue versato solo per me. Molte maschere sono cadute in questi anni. Il mio volto debole è più bello ora; non ho alcuna forza tranne la mia ragione, tranne quel soffio di vita che mi hai dato, tranne la tua evidenza.
Non scordarti di farmi raccogliere un giglio dal tuo giardino. Preparamene due, so che sei con me.

Editoriale


Domenica mattina. L'odore della carta è l'unica cosa che amo dei giornali, sì, insieme al bar dove li sfoglio e mi appresto a mandar giù il mio bel succo arancio e tu che mi stai accanto il tuo caffé amaro. Li sfogli, li risfogli, vorresti dare un morso a chi ne ha scritto i titoli...non un morso voluttuoso come quello che dai alla tua sfogliatina alla mela, un morso delittuoso. Ma di che vogliamo parlare...? Non passa nessuna informazione. Nessuna. Tranne l'insignificanza, la polemica e il finto estremo. Non voglio vedere il mondo con la lente deformante di qualcuno che come lavoro passa il tempo a cercare di cambiare le proporzioni alla realtà, di accentuare particolari inutili e tralasciare le sostanze, per farti investire con "piacere" il tuo euro in informazione. E' vero che abbiamo bisogno di stupore, di inverosimiglianza, di foglie d'oro che cadono e di germogli verdi che rinascono, ma non vogliamo la plastica...Voglio leggere del naso perduto di Kovalèv...non delle lenzuola spermate di non so quale uomo che trae piacere dalla sua stessa metà del mondo. Voglio sentire parlare della campagna cinese, del terreno spaccato del Togo, della patata bacata e piena di terra che è più buona di quella spolverata dentro alla serra. Anche cose piccole, non ho pretese, purché siano la verità. Purché anche nella loro insignificanza non m'ingannino. Per lo stupore credo che non occorra inventarsi nulla, ho visto teste di bambino uscire fuori da buchi strettissimi...e poi ho visto i tuoi occhi...inverosimili come quel naso perduto...inverosimili come Dio sulle rive del mare ad arrostire il pesce...cose di cui domani non leggerò, se non nella rugiada che invaderà l'anima.

sabato 20 febbraio 2010

Il cappotto del futuro, la seta del presente


Se tutto finisse oggi, ora, mentre scrivo o mentre tu leggi; che cosa sarebbe il dolore? la delusione? Niente direi...Possiamo soffrire nel cuore solo perché abbiamo dentro di noi una prospettiva futura, perché contiamo su di essa, perché ne percepiamo il respiro come di conchiglia misteriosa dentro ad un guscio ignoto.
Soffriamo perché siamo uomini di futuro, che pensano saranno loro consegnati giorni infausti a partire da delusioni presenti. Che s'immaginano con "grandezza di vedute" (profeti di sventure!) di dover indossare per lungo tempo il cappotto stropicciato delle disillusioni, che non tiene mai caldo, un cappotto che ci illude di coprirci, ma che infeltrito e stazzonato ci rende goffi e ci impedisce di correre.
Se avessi solo il nunc, forse la doglianza sarebbe piuma e seta. Avrebbe un altro nome...non so quale, perché erroneamente penso che il futuro mi appartenga. Sbaglio! e continuo ad indossare il mio cappotto invernale, mentre sarebbe così bello vestirsi di seta, sarebbe così bello andare nudi. Nuda dentro all'attimo presente. Sono convinta che se non pensassi che all'attimo, non mi sentirei schiacciata dall'idea e dall'immagine di una triste luce giallo-amara proiettata in chissà quale stagione della vita, che forse non verrà mai. Il futuro ancora deve venire e già ci frega.
Se ora fossi nuda, in un campo di papaveri, senza prospettiva, cogliendo solo l'ora che viene, potrei anche nutrirmi al banchetto dei no. Che importa. Potrei lo stesso guardarti e darti la mia carezza. Lieve e senza tempo, potrei amarti senza pensare ad una galleria di giorni di assenza...

Chiodi 2009-2010


Guardo i tuoi chiodi, in questo sabato strano, sabato come tanti, ma con dentro qualcosa di pungente. Mi chiedo a che servano. Potessi avere un sorriso più solare, o uno sguardo ancora più di bosco, o delle parole che fanno bene, delle parole come vino, o come birra, a seconda di ciò che piace, parole che le bevi e vuoi berne ancora, oppure una schiena al sapore di nocciola...Non so, qualcosa che sballa...a che servono quei chiodi lontani (?), la prosopopea, caldissima però, delle tue spine...Vienimi incontro adesso, con una "frivolezza" di carne; con un abbraccio umano, con un legame d'oro. Con uno sguardo datato 2009-2010. Vorrei che i tuoi chiodi fossero ora quegli occhi, che la tua piaga fosse quello sguardo, che l'abbandono del tuo corpo morto fosse la carezza di quella mano, che l'irradiazione della tua domenica fosse il suo amore.

Squilibrio responsabile


Ma come si fa...e perché lo vieni a dire a me...ispiro...inspiro, sospiro, respiro...ansimo, urlo...lucido come un coltello sguainato per la prima volta, saggio come un manager tagliateste, dettagliato come il quaderno delle spese dei paranoici...igienici, sempre asettici... ma spalmati un po' di melma in corpo, infangati le mani, insozzati di lercia ingenuità...siamo al paradosso... responsabilità vivi d'istinto; non farmi più discorsi equilibrati; rompi il mio equilibrio, spezzami, buca le mie prigioni, il cortile stretto delle mie due idee storte. Sempre pronti a tutto, sempre in gamba ed esuberanti, tranne di fronte alle carezze, tranne di fronte ai casini, tranne di fronte alla vita che, Dio, non sta dentro a un preservativo...

La mattina, e la sera...



La mattina ti commuovi, il tuo cuore produce cristalli di stupore che si confondono tra le tue ciglia con la pioggia di diamante che piccola s'insinua nella tua pelle, e la sera scendi nella grotta della malinconia...fuori tutti. Ne ho abbastanza.
La mattina credi di dover ringraziare ogni molecola della giornata, del mondo, ogni goccia di tempo che ti sta scorrendo accanto e la sera, questa sera, vorresti solo dire: "Voglio scendere da questo palcoscenico dove lo spettacolo è solo dramma e sarcasmo".
La mattina, questa mattina, pensavo contasse tutto, per la gratitudine che spontaneamente fioriva dall'anima; inattesa e piangente. La sera, questa sera, dici che tutto si accortoccia nella tiepidezza e nella distrazione e che niente vale.
Quando scopri che la tua carne vale meno di un gioco disegnato sui prati...ti chiedi come fare a commuoverti ancora, perché stupidamentente (?), acutamente pensavi che le stelle avessero inteso...

venerdì 12 febbraio 2010

Dilavata

Un essere ignorante e privo di fascino. Nessuna dote. Né bellezza. Una natura non dissodata. Asperità di mente. Pastorizia dei modi. Che cos'è il fascino? Che cos'è la semplicità di contro o in accordo? Fascino e ruvidità della semplicità. Nessun legame, nessun bagliore di attrattiva. Eppure, una pietra focaia ha acceso l'essere. Quell'essere. Anche quello è un fuoco. Ignoto, incomprensibile. Su cui mostrare meraviglie. E io non ho meriti...puro amore...e basta.

mercoledì 3 febbraio 2010

Irony

L'ironia uccide la morte. Scalfisce il tragico, esalta il normale, condisce il comico. Fa marcire il tarlo e il tedio; è come la trascendenza, si situa in regioni a noi superiori, ci regala visioni distorte e contorte, buca le nostre pagine in due 2d. Insomma ci dice rilassati, ridi e pensa. Pensa e ridine; c'è già chi ha preparato la cena...e ha già segnato l'ultimo capello che hai perso oggi.

Grace


Mia piccola grazia, morbida. Ti avessi amata di più. Non temere, perché con suono di violini ciò che è onta e offesa, pianto e annientamento, può trasformarsi in bene. L'abito stracciato di un mendicante, come l'anima sdrucita dalla paura possono sussultare al calore del terzo giorno. Il gorgo infuocato del terzo giorno...che adesso cerco maledettamente in questa atonia che non riesce ad anestetizzarmi; voglio bruciare di vita anche sotto il peso bruno del sabato della storia. Ogni momento di vita ha un sabato...e ogni momento di vita ha la sua pietra srotolata...

Un gabbiano in città



Sento il tuo suono sferzante, il tuo canto echeggiante. Forse è irreale, è solo la mia mente, che vorrebbe ora sentire remigare le tue ali dentro al cuore, vedere il tuo volo ferino e leggero sopra le nubi di Bologna.
Vorrei che ti spingessi fin qua, a colmare questo rumore di ruote, con violenza salmastra, con morbidezza d'alga, con spuma venerea.
Dammi la tua voce di giubilo roca, attraverso i filobus lerci, dammi la tua limpida voglia di andare, per strade infinite. Anche qui c'è il sole oggi, ma mio gabbiano bianco, dammi il tuo soffio di salsedine, l'alito fresco della brezza marina, e riportami al mare; dove i detriti disfatti si ammassano sugli scogli o sulla battigia, dove un senso di perdizione e disfacimento pungente si mischi al ventre in sommossa delle onde, e non abbia il sopravvento; solo lacrime per ammirare uno scheletro di riccio.