martedì 29 marzo 2011

Il mio Giappone

Non riesco a non pensare al Giappone; i chilometri di distanza non annullano il dramma, non costituiscono un bastevole motivo di dimenticanza e indifferenza. C'è chi al mattino si sveglia in un qualche posto del mondo e scopre di essere incinta dopo anni di attesa e di una femmina, dono del cielo, pensa, grida, lo annuncia dalla bellezza del suo volto; e qualche altro già incinta in Giappone, mentre cullava nella mente i propri progetti di maternità, si alza al mattino in mezzo ad un paese distrutto e dentro ad una tragedia nucleare. Porta in grembo una creatura esposta prima di nascere alla morte...chissà come nascerà, chissà che dramma la madre coltiverà in seno.
Il mattino non regala a tutti le stesse cose. Per questo l'uomo ha ricercato il comunismo. Perché la natura sempre discrimina, la Provvidenza anche, o almeno così pare. Esistono allora due vasi colmi di bene e male, che lasciano ricadere a caso il loro contenuto sugli uomini destinati all'amarezza? Così i Greci pensavano. Ma noi? Ma io? Guardavo M. oggi mentre mi annunciava l'arrivo della sua bambina, e pensavo al Giappone, pensavo alle mamme con gli occhi a mandorla vicine a quel dannato reattore nucleare. Pensavo alla data di oggi, a mille cose insieme e la domanda tornava insistente: "A cosa credere"? Mi dico, per cercare di rispondere, non è importante come l'uomo muoia, è che muore e basta, e questa evidenza, anche se talora ce la scordiamo, non è appena il Giappone che ce la ricorda...eppure il Giappone ce la rammenta violentemente, moriamo: con un terremoto, con un maremoto, a volte per un colpo di sonno, altre per una semplice caduta, altre per qualcosa che si sposta nel nostro corpo, per un piccolo accumulo di grasso e talvolta di noia. Moriamo, il resto conta poco, quindi le tragedie macroscopiche che ci soffocano attorno non spostano di una virgola il problema, dobbiamo guardare in faccia la morte e porci quella domanda. Se penso così, rispondo credo, credo nella Provvidenza, credo che niente finisca. Che ci sia una potenza latente che prima o poi si manifesta nella vita di ognuno, come misericordia che accarezza. Forse come si vive, quello che si riceve, è un piccolo accidente, poca cosa rispetto al dono definitivo della vita, gli altri sono solo progetti, desideri, che vanno vengono, che dimentichiamo, che sopprimiamo angosciosamente talvolta, ma niente di più. Certo l'efferatezza di certe immagini, la creatività del male, le infinite sfumature del dolore, fanno urlare che è ingiusto, ma il nulla lo è di più. Non ci sono spiegazioni, né veloci né lente. E la mattina non porta a tutti le stesse cose. Affannarsi? Forse l'unica arma è prendere in mano la nostra libertà e vivere intensamente il reale.

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