lunedì 25 gennaio 2010

Lighthouse


Talvolta pensiamo che il mondo sia una grande partita doppia, un libro mastro dove i conti debbano tornare. Un'equazione logica, un dare avere. Trattiamo anche noi stessi con l'occhio del computatore...ho questo potrò fare questo, non ho questo non potrò fare quest'altro. Un'insuperbimento in altezza o in bassezza. Per fortuna c'è la gratuità dei sentimenti. L'imprevisto dell'amicizia; la tenerezza dei doni; senza merito. L'attesa dell'altro non finisce entro i limiti del mio talento o oltre il trabordare del mio acume, nè si arresta al mio deficere. Manco di tutto. Ma soprattutto manco dell'unica cosa che potrebbe rendere lieti. L'umiltà, l'humus della terrestrità; di chi osserva la natura e la vede ricca di frutti a prescindere da sé, anche attraverso sé, certo, ma soprattutto a prescindere. Tutto ciò che è arrivato o arriva nel porto della mia vita, è come un barchino che non ho chiamato col mio faro; che ho supplicato piuttosto col mio buio; la "mia" luce nel suo ritmo alternato con l'oscurità è un abbraccio evanescente, che languisce entro breve spazio di onde. Il barchino invece arriva da lontano, messo in cammino prima che quella luce fosse, prima che girandolasse nella notte, come libellula danzatrice; se il barchino approderà o no, è nelle mani del mare, io posso solo usare la "mia" luce per dipingerne l'arrivo con mani d'oro.

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