
Non conta che fuori ci sia stata la pioggia tutto il giorno, conta che esistono punti estremi, acmi di luce, lunghezze protese a livelli massimi, tepori che salgono, abbracci di sole che si distendono; misure umane, certo, di massimi e minimi, di ascese e discese, da cui si sprigiona la malinconia del giorno dopo, quando un po' di dolcezza cala, non sul cuore, ma almeno nell'aria. Come vorrei essere sempre in quel minuto del tempo in cui il solstizio sta per arrivare, c'è e non c'è, è sulla sommita della sua realizzazione, ma non è ancora passato, come un attimo di perfezione immobile, che non muore. Il mio 21 giugno perenne, il mio sole penetrato nella sera violetta d'estate. Lungo, intenso, caldo, luminoso di ogni speranza non stagionale, stella accesa che copre le altre stelle che prima o poi, una ad una, già nel cielo azzurro chiaro s'accenderanno. E se anche la malinconia assale, la notte di stelle sa come accarezzare, quando la luce va via, e lascia chiarori agli angoli del cielo fattosi nero al centro, le stelle sapranno dire nuove parole di meraviglia nel giugno biondo di grano e rosso di ciliege.
La morte è il solstizio della vita?
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